martedì 29 gennaio 2008

Eletto anche a Saronno il coordinamento del Partito Democratico

Anche a Saronno si sono svolte domenica 27 gennaio le elezioni del Coordinamento Cittadino del Partito Democratico. Ancora una volta,così come era già avvenuto il 14 ottobre scorso, i cittadini di Saronno hanno dimostrato di comprendere l’importanza del nuovo appuntamento teso a dar concretezza sul piano locale alla nuova proposta politica, non facendo mancare la loro partecipazione. Testimoniano ciò l’alta affluenza al voto (330 elettori), la significativa presenza di giovani (circa il 10%), nonché le numerose auto-candidature, presentate anche domenica mattina, durante l’Assemblea di Circolo che ha aperto i lavori al seggio. Si è così formata una lista di 14 candidate e di 23 candidati, tra i quali sono stati eletti 10 donne e 11 uomini, e precisamente: Aceti Luciano, Airoldi Augusto, Basilico Bambina, Calderazzo Giuseppe, Cataneo Lazzaro, Cattaneo Giovanni, Cattaneo Mattia, Censi Marinella, Cortesi Christian, Drago Sara, Frigerio Emilia, Giusto Stefano, Insinnamo Pietro, Magnoni Marinella, Paleardi Alberto, Papa Alessandro, Puliafito Antonina, Rizzo Elisabetta, Romano Rita, Stamerra Oriella, Valioni Valeria.
Fanno inoltre parte del coordinamento cittadino, come membri di diritto, i consiglieri comunali (Nicola Gilardoni, Rosanna Leotta, Luciano Porro, Angelo Tettamanzi, Giuseppe Uboldi).

Giuseppe Calderazzo

domenica 13 gennaio 2008

Veltroni: «La legge elettorale non si fa senza Berlusconi»

ROMA — Sindaco Veltroni, comincia una settimana decisiva per la legge elettorale, e cruciale per la politica economica del governo e la costruzione del Pd. «E io mai come oggi avverto il bisogno che la politica si immerga nella vita reale dei cittadini. Ho la sensazione devastante di una separazione netta tra la vita delle persone, tra ciò che le angoscia, le spaventa, ne determina l'umore, e ciò di cui parla la politica. La politica pare un acquario, in cui alcuni pesci nuotano, altri si sbranano, ma tutti sono separati sia dalla sofferenza sia dal talento di chi sta fuori. Sarà per il lavoro che faccio, sarà perché parlo con le persone e non guardo la società dai numeri dei sondaggi, fatto sta che ne sono sempre più convinto: la politica è la risposta ai bisogni dei cittadino, è l'elaborazione di un sistema di valori, di una visione del mondo che argini lo spirito del tempo, il nuovo egoismo sociale che si diffonde come un virus. L'idea per cui ognuno è una monade, un piccolo mondo isolato dagli altri. L'idea per cui, se Napoli ha bisogno di un sostegno nell'emergenza, le stesse amministrazioni di centrodestra del Nord che in passato chiesero e ottennero aiuto voltano le spalle. Io preferisco lo spirito dei ragazzi che nel '66 si precipitarono a Firenze. Preferisco l'Italia che nelle grandi tragedie nazionali si mostra solidale».
L'emergenza rifiuti non è una calamità naturale.«Ma anche in altre tragedie, come il terremoto dell'Irpinia, emersero responsabilità politiche; e la reazione fu certo di denuncia ma anche di solidarietà ». Lei ha difeso Bassolino, ma ha poi aggiunto che le dimissioni sarebbero inopportune nell'ora dell'emergenza. Questo significa che dopo il presidente della Campania dovrebbe dimettersi?«Quanto accade non è solo responsabilità di Bassolino e della Iervolino. Se Bassolino si dimettesse ora, commetterebbe un gravissimo errore. Infatti, con senso di responsabilità, resta al suo posto. Conoscendolo, posso immaginare il suo travaglio di queste ore. Quando l'emergenza sarà risolta, insieme affronteremo una discussione serena. Io sono fatto così: quando vedo che tutti danno addosso a qualcuno, lo difendo. A Napoli ho visto manichini appesi dalla destra del presidente della Regione e del sindaco impiccati: scene che evocano i tempi della Repubblica di Salò. Il rischio è che il Paese si sfarini. Che si affermino idee come quella emersa in un municipio romano, sorprendente tanto più perché viene dall'estrema sinistra, di separare sui bus i bambini rom dai bambini non rom. Contro questo arroccamento individualista occorre un nuovo alfabeto della politica. Al quale si è ispirato il documento dei valori che ieri la commissione, dopo una bella discussione, ha sostanzialmente varato smentendo tutte le profezie di incompatibilità tra le culture e le identità del Pd. Il Partito democratico si è già dato alcuni grandi obiettivi. Dimostrare che esiste un ambientalismo del fare: dire sì alle ferrovie, sì ai pannelli ferroviari anziché al petrolio, sì ai termovalorizzatori anziché alle discariche. A febbraio in Sicilia parteciperò con Amato alla manifestazione a fianco degli imprenditori che si sono ribellati al pizzo. E a marzo ci sarà la prima conferenza operaia del Pd, nel ricordo della tragedia della Thyssen e con la convinzione che i lavoratori non vadano lasciati soli oltre i cancelli delle fabbriche».
Il premier Prodi (Ap)Veltroni, al governo c'è il centrosinistra. Cosa farete di concreto? «Il governo Prodi, come si vedrà meglio quando la storia consentirà una lettura più serena, ha conseguito risultati straordinari. Ha ricevuto dalla destra un'eredità storica devastante, eppure ha già ridotto il deficit all'1,3%, il dato previsto per il 2010. E ha condotto una politica di redistribuzione, attraverso il cuneo fiscale, l'aumento delle pensioni minime, il pacchetto sul welfare».
Le pare sufficiente?«Il rischio di una recessione americana, i suoi effetti in Europa, il boom del petrolio, la diminuzione dei consumi impongono uno sforzo ulteriore, nuove misure a sostegno dello sviluppo, e anche una svolta culturale per la sinistra. È tempo di uscire dalla contrapposizione tra impresa e lavoro. Dobbiamo ripensare chi è l'imprenditore». Appunto: chi è l'imprenditore? «È un lavoratore. Che rischia, che ci mette del suo, che magari non dorme la notte perché ha un mutuo in banca e non sa se potrà pagarlo. In questi giorni, visitando le fabbriche italiane, ho visto storie esemplari. La Carpigiani: due fratelli che nel dopoguerra si sono inventati macchine, esportate in tutto il mondo, da cento milioni di gelati al giorno. La VidiVici, una azienda di famiglia con due giovani ragazzi, che ha avuto l'idea degli occhiali ripiegabili in un astuccio e che in dieci anni è diventata una grande azienda del settore. La Technogym di Nerio Alessandri, uno che ha cominciato sbirciando il laboratorio artigianale sotto casa. C'è una comunità di destini tra imprenditori e lavoratori. Per questo agli imprenditori tocca garantire ai lavoratori salari adeguati, la sicurezza fisica e la serenità, che consenta loro di sentirsi parte dell'impresa. Chi conosce gli operai sa che hanno un grande patriottismo aziendale, talora molto più dei manager che si assegnano le stock-options. È il momento di costruire un'alleanza tra imprese e lavoro, e varare una politica fiscale a sostegno dei salari».
Anche Prodi lo dice, ma Padoa-Schioppa frena. Chi ha ragione?«Credo che abbia ragione chi sostiene l'urgenza di interventi peraltro previsti dalla legge finanziaria, che al comma 4 dell'articolo 1 destina tutto l'extragettito alla detrazione delle imposte sul lavoro dipendente. Dobbiamo dare ossigeno alle famiglie e alle imprese, e prima lo facciamo meglio è. Le risorse ci sono, e devono produrre un aumento significativo dei redditi, non 15 euro l'anno, che non servono a nessuno. Qui si sta rompendo l'ascensore sociale. Nel dopoguerra, i contadini pensavano che i loro figli avrebbero fatto gli operai, gli operai che avrebbero fatto gli impiegati, gli impiegati che avrebbero fatto i professori. Questo meccanismo, che ha tenuto su l'Italia, è in panne. Sta alla politica ripararlo al più presto. Anche per questo sono convinto, a differenza della sinistra radicale, che la crescita dei salari debba essere accompagnata dalla crescita della produttività, oltre che dal sostegno alle famiglie e agli incapienti».
A dire il vero, le divisioni della maggioranza emerse in questi giorni riguardano soprattutto la legge elettorale.«Ma la legge elettorale è necessaria per tutto questo, per far funzionare il sistema, per rimettere in moto il Paese. Io posso fare il pieno di benzina, ma se la macchina è guasta il motore non si accende. L'emergenza rifiuti conferma la crisi della politica; e il tempo non è illimitato. Nel suo bel saggio su Weimar, Gian Enrico Rusconi racconta come una democrazia possa implodere». Siamo dunque a Weimar?«Non siamo più al tempo delle notti dei cristalli e delle marce su Roma, sono convinto che possa essere la democrazia a risolvere la crisi della politica. Prima del 27 ottobre, Berlusconi rifiutava qualsiasi dialogo e reclamava la spallata, alla testa di una Cdl unita. Oggi siamo a un passo da una soluzione positiva, sollecitata dal presidente Napolitano nel suo appello di fine anno. Nell'ultimo miglio — il più difficile — che attende la riforma elettorale, tutti sono chiamati a un gesto di responsabilità, per ridurre la frammentazione del sistema. Io ho partecipato l'altro giorno a un vertice di 38 persone. Ma non erano meno affollati i vertici del centrodestra nella scorsa legislatura. In quale Paese del mondo accade questo?».
Crede che stavolta Berlusconi sia pronto a un accordo? Lei se ne fida davvero? «Questa è una domanda che non mi posso porre. Gli interlocutori sono quelli che sono. Non si scelgono. La domanda che mi faccio è: si può pensare di riscrivere la legge elettorale senza Berlusconi, senza il partito che con il nostro è il più grande d'Italia? Non si può. Io voglio passare dalla concezione della destra, per cui le regole del gioco le scrive la maggioranza e poi sulla partita ci si mette d'accordo, alla concezione per cui le regole del gioco si scrivono insieme e poi ognuno gioca la partita per vincere; possibilmente senza colpi bassi».
Il colpo basso rischia di riceverlo il governo. I partiti minori della maggioranza sono in rivolta, il prezzo dell'accordo con l'opposizione potrebbe essere la caduta di Prodi.«La verità è che, a un anno dalla nascita di un governo, mettere sul suo percorso la mina del referendum — per quanto nato da un'esigenza reale — è stato un errore politico. Pare una situazione da "Comma 22": se l'accordo non si fa, la maggioranza si spacca sul referendum; ma l'alternativa non è stare fermi, è trovare una soluzione. Il Pd considera che il sistema ideale per il futuro sia quello francese, come ho sempre detto; ma nelle condizioni date è importante aver trovato sulla bozza Bianco una convergenza con Forza Italia, Rifondazione, Udc, ora anche An. Cercheremo di allargarla ancora».
Abbassando lo sbarramento sotto il 5%?«No. Non possiamo fare una legge peggiore di quella che c'è. Alcuni elementi di "disproporzionalità" sono indispensabili: lo sbarramento al 5; il voto congiunto, per cui si sceglie insieme il candidato e il simbolo. Poi si può vedere se organizzare il riporto dei resti su base nazionale o circoscrizionale, se prevedere un piccolo premio di maggioranza per il primo partito. Ci sono forze che avrebbero comunque rappresentanza grazie al loro radicamento nel territorio. Ci sono forze che con Rifondazione condividono il progetto di un partito nuovo, e non si vede perché resistano alla soglia di sbarramento». E ci sono forze che sarebbero cancellate.«Non vogliamo questo. A fianco delle norme, c'è la politica. Se c'è un processo per cui la sinistra radicale si unifica, dall'altra parte può aprirsi un processo di dialogo e convergenza tra diverse forze del centrosinistra e il Partito democratico».
Sta dicendo che offre un patto a Di Pietro, Boselli, Mastella per garantirne la sopravvivenza politica?«Sono le loro idee e le loro identità a garantirla. Quello che voglio dire è che a fianco delle norme c'è la politica e la capacità di riconoscere identità differenti, senza integralismi. Ci sono molti modi per far sì che dopo la riforma restino molti meno gruppi parlamentari, senza che per questo i partiti minori siano cancellati». Si tratta anche sulle regole interne al Pd. Latorre dice no a un «partito del leader». Sul Corriere, Galli della Loggia le rimprovera di dissipare il patrimonio di voti delle primarie, per dare retta alle neonate correnti.«Credo che nessun partito nella storia italiana sia stato osservato con simile attenzione da entomologi, sia stato vivisezionato nei suoi aspetti più minuti...».
Giustamente: è un partito nuovo.«Sì, è un partito nuovo, nato con il concorso di tre milioni e mezzo di persone. Io, com'è noto, ero contrario all'elezione diretta, ma si è voluto questo sistema. Che non è una tecnicalità, è una scelta politica, una forma di investimento popolare del leader. Ovviamente, un leader si dota di strutture di decisione politiche, e un grande partito ha una vita interna articolata. È positivo che nascano centri studi, associazioni, organizzazioni, purché ognuno possa partecipare all'una e, magari nello stesso tempo, all'altra; purché non diventino correnti. Purché non siano strutture di potere, con finanziamenti paralleli, che richiedano un'appartenenza. L'appartenenza dev'essere una sola: al Partito democratico. Che poi all'interno del nuovo partito ci possa essere la propensione a ripetere gli schemi d'un tempo, è fisiologico. Ma il mio unico vincolo sono i tre milioni e mezzo delle primarie. Del resto credo mi sia riconosciuto, accanto alla capacità di decidere, anche il gusto dell'ascolto».
Tra i vecchi schemi è riemerso l'antagonismo con D'Alema.«Quanto piace a voi giornalisti... quanto vi piace tornare a immergervi nel vostro brodo primordiale, ritrovare la logica conradiana dei duellanti... ».
Pare piaccia anche a D'Alema. Qualche colpo gliel'ha rifilato: quando dice che Veltroni conosce Berlusconi più di lui, quando paventa che lei e Franceschini siate impazziti.«A me non piace. E, siccome non piace a nessuno di coloro che credono nel Pd, credo non piaccia neppure a Massimo D'Alema».
Gli uomini di Letta hanno proposto che lo statuto imponga al leader sconfitto alle elezioni di dimettersi. È d'accordo?«Ho detto a Enrico, il quale non sapeva della proposta, che do il contenuto per ovvio. Come avviene in molti altri Paesi, il leader sconfitto si fa da parte. Ovviamente, quel leader deve avere il tempo di espletare il suo mandato, di giocare la sua parte, per andare a elezioni in cui risponde di quel che ha fatto».
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Allora è vero che lei preferisce votare subito, finché un'eventuale sconfitta sarebbe imputabile a Prodi, anziché attendere ancora, fino a quando la responsabilità sarebbe sua?«È vero il contrario, il governo deve continuare la sua azione e poi votare subito non avrebbe senso. Perché lo sbarramento è inutile, se non è accompagnato dalla riforma dei regolamenti parlamentari, che vieti di costituire gruppi non collegati a simboli presenti sulla scheda elettorale. Ed è inutile finché restano mille parlamentari e due Camere legislative. Come auspico da tempo, il 2008 può essere davvero l'anno delle riforme». Quale insegnamento ha tratto dalla vicenda delle critiche del Papa?«Il Papa ha voluto chiarire qual è il suo giudizio, il suo rapporto con la città, la valutazione positiva sui grandi cambiamenti di un'area urbana che cresce il doppio del Paese in pil e occupazione. Il Comune di Roma ha fatto sforzi significativi per la politica sociale, ha aumentato del 48% gli investimenti per i più deboli, lavora a fianco dei parroci, della comunità di Sant'Egidio, della Caritas. È giusto riconoscere che, come tutte le grandi aree metropolitane, Roma convive con il problema della povertà. Le parole pronunciate ieri (venerdì, nda) da Benedetto XVI, dal cardinal Bertone e dalla sala stampa vaticana sono la migliore risposta a chi voleva strumentalizzare la vicenda. Spero che gli esponenti di An che hanno tentato questa operazione cinica riflettano su se stessi, specialmente se sono uomini di fede».


Aldo Cazzullo - Corriere della Sera

venerdì 14 dicembre 2007

LE CONSEGUENZE DEL VASSALLUM

Cosa accadrebbe se la riforma Vassallo fosse applicata? Stimare gli effetti di una formula elettorale che non esiste è complicato, perché le strategie di partiti ed elettori dipendono dal sistema che regola le elezioni. E qui molto dipende dal disegno delle circoscrizioni. Tuttavia, le stime dicono che a parità di voti la soglia di sbarramento si riduce al crescere della dimensione della circoscrizione. Non necessariamente a vantaggio dei partiti minori. Il sistema sembra poi avere una forte spinta interna verso la bipartitizzazione del quadro politico.
La proposta di riforma elettorale formulata da Salvatore Vassallo (e altri) e fatta propria dal segretario del Pd ha avuto un effetto dirompente sulla politica nazionale. Ha scardinato la Cdl, messo in fibrillazione un governo che pensava ormai di averla scampata sulla Finanziaria, accelerato i processi di fusione nella sinistra tradizionale, suscitato epiteti che sembravano appartenere a una defunta fase politica (la definizione di “legge truffa” di togliattiana memoria) eccetera. Ma di che si tratta esattamente? Come funziona? E che effetti avrebbe se applicata in Italia? Qualche stima per capirci di più.

La proposta

La proposta rappresenta un innesto originale sul sistema “tedesco” di una correzione maggioritaria “spagnola” con la finalità dichiarata di cogliere gli aspetti positivi dei due sistemi Secondo la proposta, il territorio del paese verrebbe diviso in circoscrizioni elettorali, ciascuna delle quali dovrebbe eleggere da un minimo di 12 a un massimo di 16 parlamentari. A sua volta, ogni circoscrizione verrebbe divisa rispettivamente in 6-8 collegi uninominali, cioè la metà dei seggi assegnati dalla circoscrizione. Nel singolo collegio, l’elettore esprime la propria preferenza per un solo candidato. Il voto contribuisce tanto alla quota di voti individuali del singolo candidato, quanto alla quota di voti del partito cui quel candidato è collegato in tutta la circoscrizione. La trasformazione dei voti in seggi avviene nel modo seguente. La prima metà dei seggi viene attribuita ai primi classificati di ogni collegio. La restante metà è così attribuita: in base ai voti presi dal partito nella circoscrizione, si calcola in proporzione (col metodo D’Hondt (1)) quanti seggi spettano a quel partito nella circoscrizione. Se il numero è superiore ai collegi uninominali già vinti in quella circoscrizione da quel partito, allora i seggi rimanenti sono assegnati ai migliori perdenti nei collegi uninominali dello stesso partito nella circoscrizione. Se invece il numero è inferiore ai collegi vinti, i rimanenti seggi da assegnare vengono ripartiti nuovamente tra gli altri partiti nella circoscrizione. (2) Dunque, i seggi attribuiti dalla proposta Vassallo dipendono tanto dalla performance individuale dei singoli candidati di collegio (parte tedesca), quanto dalla performance aggregata per circoscrizione dei candidati di collegio appartenenti alla stessa lista (parte spagnola). Un aspetto non chiarito nella proposta è come si identificano i “migliori perdenti”: in base alla percentuale dei voti ottenuti nel collegio, al numero assoluto dei voti ricevuti o in base a una “cifra elettorale” ancora tutta da definire? La prima ipotesi sembra la più ragionevole ed è quella che abbiamo adottato negli esercizi che seguono; è improbabile tuttavia che i risultati siano influenzati da tale scelta.

Simulazioni

Stimare gli effetti sul sistema politico di una formula elettorale che non esiste è complicato, perché ovviamente le strategie di partiti ed elettori dipendono dal modo come si vota, e anche perché in questo caso molto dipende in realtà dalla dimensione e dal disegno delle circoscrizioni. Usare i dati delle ultime elezioni politiche per stimare gli effetti della proposta Vassallo non è dunque molto utile, perché quei risultati sono stati ottenuti con un sistema elettorale e di alleanze diverso. Più utile invece costruire un modello astratto e indagare sugli effetti che la modifica di parametri chiave provoca sul funzionamento del sistema. L’intero set di simulazioni e ipotesi è a disposizione di chi ne fa richiesta; qui riportiamo nell’ appendice solo i risultati più interessanti.

La soglia di sbarramento

Una degli elementi più interessanti della proposta è che la soglia di sbarramento (numero minimo di voti necessari per ottenere almeno un seggio) non è stabilita per legge, a livello nazionale o regionale, ma è endogena e dipende dalla distribuzione dei voti tra i partiti e dalla dimensione della circoscrizione, cioè dal numero di seggi attribuiti dalla stessa circoscrizione. In primo luogo, le nostre stime confermano che, a parità di voti, la soglia di sbarramento si riduce al crescere della dimensione della circoscrizione. Come già suggerito da Roberto D’Alimonte (3), la diminuzione della soglia è molto rapida passando da circoscrizioni piccole (10-12 seggi) a medie (14-16), ma la riduzione diventa più moderata successivamente, cosicché per esempio, non c’è molto differenza nella soglia di sbarramento tra circoscrizioni con 20 o 30 seggi. Ma un punto che finora è sfuggito ai commentatori è che la riduzione della soglia di sbarramento non necessariamente premia i partiti minori: è infatti del tutto possibile, almeno per intervalli ragionevoli, che all’aumentare della dimensione della circoscrizione i partiti maggiori ottengano proporzionalmente ancora più seggi (si veda per esempio il caso 16 vs 18 nell’appendice). Ciò dipende dal funzionamento del metodo D’Hondt: il seggio marginale è attribuito a chi ha il maggiore quoziente calcolato sulla base di questo metodo e può benissimo trattarsi di un partito grande e non piccolo. Inoltre, la soglia non dipende solo dalle dimensioni della circoscrizione, ma anche della distribuzione dei voti tra i partiti maggiori. Per esempio, a parità di voti di tutti gli altri partiti, una redistribuzione dei voti tra i primi due partiti ha effetti molto diversi sulla soglia. In una circoscrizione in cui c’è un partito che vince sempre e uno che arriva sempre secondo, ma la differenza tra i due è limitata, la soglia è più elevata; viceversa dove il primo partito è molto più grande del secondo.

La distribuzione regionale dei voti

Come ovvio, la proposta Vassallo avvantaggia i partiti piccoli con un forte radicamento territoriale, rispetto ad altri altrettanto piccoli sul piano nazionale, ma diffusi in modo più uniforme. Tuttavia, le nostre stime suggeriscono anche che rispetto a un sistema puramente proporzionale, la Vassallo favorisce maggiormente i partiti grandi ben diffusi sul territorio nazionale e particolarmente forti in alcuni territori.

La leva maggioritaria

La proposta Vassallo è stata criticata dai favorevoli al maggioritario perché “proporzionale”; e dai proporzionalisti - i difensori per esempio del metodo tedesco - perché eccessivamente “maggioritaria”. È dunque interessante vedere come la “leva maggioritaria”, definita qui come la differenza tra la percentuale dei seggi e la percentuale dei voti ottenuti congiuntamente dai due principali partiti, vari al variare dei voti di quest’ultimi. I nostri esercizi mostrano come la leva non solo ci sia, ma come sia anche crescente nella proporzione dei voti ottenuti congiuntamente dai due partiti principali. Per esempio, con circoscrizioni mediane (14 seggi) se i primi due partiti prendono il 45 per cento dei voti, riescono a ottenere il 50 per cento dei seggi; se prendono il 60 per cento dei voti, guadagnano il 70 per cento dei seggi, e così via (vedi grafico). Il sistema dunque sembra avere una forte spinta interna verso la bipartitizzazione del quadro politico: una sua prima applicazione premierebbe i partiti già grandi con più seggi, rafforzandoli e dunque conducendoli ad avere più voti e ancora più seggi in futuro.
Ma la proposta garantisce o no il rapporto diretto con gli elettori, cioè l’accountability degli eletti? Sì e no. Sì, perché la metà degli eletti per circoscrizione è scelta direttamente dagli elettori nei collegi uninominali e perché i “migliori secondi” sono ancora definiti sulla base dei loro risultati nei collegi, il che tra l’altro induce una benefica competizione tra i candidati dello stesso partito. No, perché i migliori perdenti sono definiti sulla base delle performance all’interno del partito nell’intera circoscrizione e non nel singolo collegio. Così, con tutta probabilità, il sistema condurrà all’elezione di candidati che in collegio non solo non hanno vinto, ma che si sono piazzati terzi o quarti, e l’esclusione di alcuni secondi. L’elezione per collegio sarà quindi determinata indirettamente anche dagli elettori degli altrui collegi nella stessa circoscrizione.

(1) In base al metodo D’Hondt, il numero di voti ottenuti dai singoli partiti viene diviso per 1, 2, 3, …, n, dove n indica il numero di seggi in palio in ogni circoscrizione. A questo punto, si ordinano i risultati ottenuti in ordine decrescente e si assegna un seggio ciascuno ai primi n risultati della lista.
(2) Se un partito ottiene più del 50 per cento dei seggi nella circoscrizione, pesca i seggi aggiuntivi all’interno di una unica lista circoscrizionale di sette nomi. Tale lista è bloccata, ma data l’attuale distribuzione dei voti, l’eventualità di ricorrervi è in realtà molto bassa.
(3) Sul Sole24Ore del 29/11/2007.

Paolo Balduzzi e Massimo Bordignon

mercoledì 12 dicembre 2007

Democrazia: il punto di partenza

Facciamo un passo indietro per compiere un notevole balzo in avanti. Già nel V Secolo a.C. si parlava di Democrazia. Nell'età di Pericle i principi democratici sono facilmente riconducibili ad alcune idee essenziali: libertà individuale assoluta, uguaglianza come condizione della libertà di fronte alle leggi (isonomìa) e nella libertà di parola (isegorìa). Lo Stato conosce solo individui che si equivalgono, dove tutti hanno gli stessi diritti e si pone al servizio dei cittadini: di conseguenza deve salvaguardare i diritti e gli interessi di ogni categoria senza disconoscerli o opprimerli. La Democrazia ateniese mira all'utile non dei pochi ma dei molti, però questo può avvenire solo se alla base sta come primo principio l'uguaglianza. Nella vita pubblica non devono esserci distinzioni sociali, benché la competenza e l'ingegno aprano la via degli onori e di conseguenza ad una diversificazione fra gli individui. Un'uguaglianza così intesa lascia aperto il campo al valore personale, non nocendo assolutamente alla libertà di ciascuno che riveste il proprio ruolo nel rispetto dell'altro. Ma la libertà degli individui trova il proprio limite nei diritti dello Stato, negli obblighi della disciplina civica. L'ordine pubblico esige la subordinazione al potere, l'obbedienza alle leggi, soprattutto a quelle che proteggono i deboli ma anche alle leggi non scritte che emanano dalla coscienza universale. Ad Atene tutti si occupavano di politica. Riuniti in assemblee, i cittadini sapevano giudicare rettamente il da farsi perché ritenevano che la discussione favorisse il progresso della società. La libertà politica, in conclusione, è conseguenza della libertà di cui godono nella vita privata tutti i cittadini. Avvezzi a vivere liberamente, essi intervengono, senza difficoltà, quando lo vogliono, nella discussione che illumina le decisioni comuni. Così intendeva Euripide quando, nelle "Supplici", faceva dire a Teseo, l'eroe della Democrazia: la libertà sta tutta in queste parole: "chi ha qualche utile consiglio e voglia offrirlo alla città, parli." Ciascuno può, a volontà, farsi notare con un buon consiglio o starsene zitto. Per i cittadini esiste forse uguaglianza più bella? In breve, per tutti i suoi principi, la Democrazia ateniese del V Secolo a.C. tende ad attuare un armonico equilibrio tra la potenza legale dello Stato e il diritto naturale dell'individuo. Torniamo ora ai giorni nostri e poniamoci una domanda ben precisa. Che cosa vogliamo fare della nostra libertà? Non abbiamo forse il desiderio di essere noi stessi il cardine su cui ruotano tutte le decisioni politiche? Non stiamo dicendo niente che non sia già stato detto o pensato millenni fa. E allora qual è la risposta alle nostre esigenze se non una democrazia partecipativa? Dobbiamo chiederci quanto siamo disposti ad impegnarci affinché le cose cambino. Non possiamo a questo punto più delegare ma dobbiamo partecipare. Esistono svariate forme: i partiti, i gruppi di pressione, le associazioni. Dobbiamo imparare a cambiare il sistema politico dall' interno. Penso che una democrazia, per non sfociare nell' anarchia, debba avere una linea guida e credo che la vera libertà stia nel rispetto dell' altro e della legalità. Per ottenere questo risultato dobbiamo lavorare instancabilmente per ricollocarci in prima persona nel processo decisionale, determinando assetti e decisioni, legittimando le persone di nostra fiducia al Governo. Con il Partito Democratico siamo a buon punto, ma non ancora all'obiettivo. Ci siamo noi, i giovani, gli adulti di domani, i destinatari della politica di oggi che influenza così tanto il nostro avvenire. E sappiamo che abbiamo un ruolo a nostra volta importantissimo per quando diverremo padri a nostra volta. Ed ecco allora la volontà di dare un segnale forte, un contributo personale da ciascuno di noi verso i tanti problemi che affollano i nostri pensieri e alimentano i nostri dubbi: lavoro, ambiente, rispetto reciproco, famiglia, diritti. Tutto questo utilizzando ogni metodo disponibile. Al periodo di Pericle si riunivano nell'agorà, al giorno d'oggi abbiamo internet, i cellulari, le associazioni, i raduni ai concerti. Tutte occasioni di interazione che permettono, favoriscono e ampliano a dismisura la circolazione di idee. Un altro mondo è possibile, ma spetta a noi costruirlo? partendo dal basso.

Marco Vallari